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martedì 5 febbraio 2013

Frankenweenie

Ho dedicato lo scorso week end alla visione dell'ultimo lavoro firmato Tim Burton, il film in stop motion Frankenweenie.
Come al solito mi son voluto rinfrescare per bene la memoria andandomi a riguardare tra gli extra del DVD di The Nightmare Before Christmas la prima versione dell'opera, realizzata con attori in carne ed ossa.
Bene o male ne son  passati davvero tanti di anni dalla prima interpretazione di Sparky, il cane zombie rappezzato dal piccolo Victor incapace di accettare la sua morte per colpa di un automobilista distratto.
La prima pellicola, cortometraggio giovanile di Burton, porta la data del 1984, anno in cui il giovanissimo cineasta lavorava ancora per la Walt Disney company come character designer e intercalatore.
Complice la giovane età e, molto più probabile, il fatto di essere obbligato a dover rispettare i dettami imposti dall'azienda dello zio Walt, la prima versione dell'opera appare fresca e buonista nonostante la pesante fotografia in bianco e nero e gli argomenti trattati.
A 28 anni di distanza Burton arriva in Disney potendosi permettere di fare la voce del padrone, ma pare che qualcosa in lui sia cambiato o forse, dopo così tanto tempo, è possibile che il genio di Burbank non abbia più la stessa audacia giovanile che lo ha portato a realizzare capolavori della stop motion del calibro di Vincent.
Il più recente Frankenweenie è una splendida delizia per gli occhi di un cineamatore delle pellicole horror si-fi degli anni 50 oltre che un'enorme autocelebrazione dell'autore stesso che forse, dopo aver realizzato per contratto il molto discusso Alice in Wonderland, ha provato ad andare a briglie sciolte con un progetto su cui probabilmente aveva già detto tutto molti anni or sono.
La pellicola vanta una meravigliosa fotografia, un uso magistrale della tecnica della stop motion e delle musiche da far accapponare la pelle a suon di theremin.
Peccato però che, rispetto all'originale, offra poco più che una manciata di citazioni e autocitazioni che a mio parere non ne giustificano del tutto la necessità.
Intendiamoci, vedere lo Sparky in lattice che vanta una maniacale ricostruzione di tutti i tratti dei disegni preliminari fatti da Burton negli anni 80 è una soddisfazione tanto per il regista quanto per il suo più accanito fan, ma l'allungamento della trama non trova riscontro in un soggetto altrettanto interessante e alla fine la necessaria prevedibilità insita nella trama di un prodotto di questo genere porta lo spettatore ad annoiarsi.
Ineccepibile il lato tecnico: personalmente ho apprezzato moltissimo l'animazione che rispetto al precedente "La Sposa Cadavere" è molto più imperfetta nel mostrare l'assenza di fluidità nei movinenti e i segni dei vari step di passo uno su vestiti, capelli e pellicce che, fotogramma per fotogramma, non fanno mistero del meticoloso lavoro degli animatori.
Un ritorno alle origini rispetto all'ultramoderno "La Sposa Cadavere" che nell'era del neo 3D digitale potrebbe lasciare i più giovani perplessi.
Sempre da un punto di vista puramente personale non sono rimasto del tutto soddisfatto dalla caratterizzazione dei personaggi, almeno alcuni. Se Victor e Sparky sono l'esatta fotocopia delle loro controparti ritratte nei bozzetti giovanili del regista, altrettanto non si può dire per moltissimi comprimari il cui stile sembra del tutto privo di continuità col resto della pellicola.
Nulla da dire riguardo al professore di scienze Rzykruski (si chiama proprio così!!!) il cui volto è palesemente ricalcato su quello di Vincent Price (uno degli attori preferiti da Burton in giovane età nonchè ispiratore del già citato corto Vincent), mentrea parer mio davvero insopportabile sia graficamente che cartterialmente il piccolo Edgar 'E' Gore. Di rimando, tra i personaggi più riusciti, spiccano indubbiamente Signor Baffino e la sua padrona che paiono usciti direttamente dal libro di fiabe "Morte malinconica del bambino ostrica".
Simpatico il comparto di creature fantastiche tra cui, oltre al protagonista Sparky, brilla seppur per pochi attimi Colossus (non voglio dire di più in merito), prevedibile ma davvero geniale escamotage comico che mi ha fatto ammazzare di risate.
Un altro lato positivo l'ho trovato nel doppiaggio e in particolare al doppiatore italiano di Toshiaki che col suo assurdo accento giapponese è riuscito a strapparmi più di un sorriso.
Oltre a questi aspetti, per lo più tecnici ed estetici la pellicola si compone chiaramente di  numerose citazioni da Frankenstain (ovviamente) La Mummia, La maledizione dell'uomo lupo, Gremlins, Gamera e innumerevoli opere di Tim Burton.
Riguardo quest'ultimo punto credo che più che di citazioni si possa parlare di contestualizzazioni visto che il regista, nell'autocelebrare la sua trentennale carriera non fa altro che ambientare la storia nei classici sobborghi perbenistici dei quartiri residenziali californiani già visti in Edward Shissorshans popolandoli dei suoi soliti personaggi di cui conferma la carettizzazione sia grafica che comportamentale.
Sul 3D non mi esprimo visto che ho volutamente evitato la visione nel formato stereoscopico perchè gli occhialini a mio parere tolgono un sacco di luminosità alle scene e in una plellicola in bianco e nero e dalle atmosfere cupe temevo potesse costituire il suicidio dela fotografia.
Frankenweenie non è affatto male, divertente e cinico come Beetelguise, affascinante e inquietante come Nightmare Before Christmas, poetico e commovente come Edward Mani di Forbice e buonista come ogni fiaba deve essere.
Chi si aspetta qualcosa di differente rispetto sall'originale troverà comunque qualche novità, ma non è detto che ne rimanga piacevolmente sorpreso perchè si sente troppo lo zampino di influenze disneyane.
Non certo brutto come Planet of the Apes o Alice in Wonderland ma nemmeno superbo come Nightmare Before Christmas, e in ogni caso da vedere! 

mercoledì 24 agosto 2011

Rise of the Planet of the Apes

Ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione del nuovo film dedicato al ciclo de “Il pianeta delle scimmie” uscito in Inghilterra lo scorso 11 agosto.
Premetto immediatamente che non sono un amante dei prequel (forse la colpa è di George Lucas e del suo Jar Jar…mi hanno traumatizzato a vita!!!) ma ho comunque fatto le carte false per poter vedere in anteprima la pellicola in questione perchè sin da quando ho otto anni sono un fan sfegatato de Il pianeta delle scimmie, in particolare del primo lungometraggio, che a mio personalissimo parere è una pellicola innovativa come poche.
A Rupert Wyatt è toccato il difficile compito di raccontare la genesi di Cesare, la scimmia più famosa ed importante della saga dei primati intelligenti che spodestano l’umanità. La sceneggiatura è affidata a Rick Jaffa, Amanda Silver e Pierre Boulle, trittico che dimostra di aver svolto ottimamente il proprio lavoro presentando allo spettatore una storia originale, ben articolata e soprattutto capace in soli due accenni fuoricampo di attaccarsi perfettamente alla pellicola diretta da Shaffner nel 1968.
Veniamo alla trama: il dott. Will Rodman (James Franco) è un importante genetista al servizio della multinazionale Gen-Sys. L’intento di Will è quello di trovare una cura al morbo di Alzheimer, di cui purtroppo soffre suo padre (John Lithgow), mediante la sintetizzazione di un particolare virus capace di riparare le cellule malate.
Will sperimenta con successo la cura su uno scimpanzè, ma la presentazione ufficiale del progetto fallisce perchè nessuno si è accorto che la cavia dell’esperimento è incinta e reagisce con violenza agli inutili tentativi di mostrarla ai potenziali finanziatori del farmaco.
L’incidente spinge il direttore dell’azienda a sospendere gli esperimenti ordinando l’uccisione delle cavie. Impotente dinanzi gli ordini superiori Will non ha altra scelta che salvare il cucciolo nato dalla cavia dell’esperimento portandolo a casa sua dove contemporaneamente sperimenta la cura direttamente su suo padre.
Will scoprirà che il suo farmaco ha reso Cesar molto intelligente, ma non tutti sono in grado di comprendere le potenzialità della sua scoperta.
Credo sia opportuno non raccontare altro della trama perchè sono rimasto così stupefatto dal lavoro di Wyatt che non volgio correre il rischio di rovinare la sorpresa a chi vedrà il film. Basti sapere che ho dovuto vincere non pochi timori prima di recarmi al cinema vista l’enorme delusione causatami nel 2001 dal remake ad opera di uno dei miei registi preferiti, Tim Burton, che a mio parere ha rovinato totalmente lo spirito del film originale. Beh, l’altra sera sono uscito dal cinema con la pelle d’oca, e non mi capitava da molto tempo.
La vera pecca sono gli effetti speciali che, come già ampliamente visto nei vari trailer rilasciati, danno alle scimmie un’aria parecchio posticcia. Non riesco a capire se si tratta di una scelta o di un’inconveniente visto che si tratta di un lavoro made in Weta, la stessa di King Kong, ma in talune scene pare quasi di assistere ad una scena di Roger Rabbit perchè le scimmie digitali sono così mal integrate da sembrare un cartone animato.
Peccato perchè è evidente l’ottimo lavoro svolto dalla produzione di effetti speciali per quel che riguarda la realizzazione delle espressioni facciali degli animali che sono pari a quelle dei navi di Avatar.
In ogni caso la trama permette di superare questo enorme difetto regalando momenti di grande emozione. Certo non mancano pecche di sceneggiatura, in particolare l’eccessivo idealismo della figura di Will o altri ruoli parecchio stereotipati come quello dell’imprenditore senza scrupoli o dell’inserviente sadico destinato ad una inevitabile e telefonatissima brutta fine.
La scelta del cast è ottima con il bravissimo James Franco (127 ore, la trilogia di Spiderman) a condurre la trama affiancato da John Lithgow (Cliffhanger, Bigfoot, Una famiglia del terzo tipo) che con le sue espressioni ingenue ricorda troppo il muso di un orango rendendo ancor più facile l’immedesimazione dello spettatore nello spirito del film. Il casting è stato perfino in grado di tirar fuori un ruolo a TomvFelton (Draco Malfoy nel franchise di Harry Potter) che risulta perfetto nel ruolo del guardiano del giardino zoologico.
In definitiva Rise of the planet of the apes è una pellicola davvero sorprendente ed emozionante. E’ toccante assistere inermi alla serie di umiliazioni inflitte dall’uomo a Cesar, lo stesso uomo che lo ha reso intelligente e che non è capace di rispettare la sua diversità. E’ quindi inevitabile finire col fare il tifo per le scimmie che si dimostrano capaci di emozioni fino all’ultimo mentre la spietatezza dell’uomo dipinge la nostra razza come le vere bestie del pianeta.
La pellicola di Wyatt è sicuramente un must per i fan della serie (cui regala due splendide citazioni dall’originale) ma anche per le nuove leve perchè quando capiranno quel che succederà a Cesar dopo questo prequel rimarranno davvero a bocca aperta.
A mio personale parere un ottimo lavoro penalizzato solo in parte dagli effetti speciali non proprio all’altezza delle ultime prodizioni del genere. Se si guarda solo alla sostanza non si può che rimanere soddisfatti!!!